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Convegno regionale Caritas di Sicilia 1-2 giugno 2011 PDF Stampa E-mail

Convegno regionale Caritas di Sicilia
“Nella crisi il Risorto ci educa”

Discernimento e relazione
per una “carità nella verità” tra ultimi e ultimo della storia

Piazza Armerina, 1-2 giugno 2011


Il primo giorno il tema è stato affrontato in una tavola rotonda con interventi di Salvatore Rizzo come ricercatore dell’Ecos Med e curatore del terzo dossier regionale sulle povertà (pubblicato dalle edizioni Gruppo Abele con il titolo “Le conseguenze delle crisi viste dal Sud”), Suor Laura Viti come testimone per il suo servizio al carcere psichiatrico di Barcellona Pozzo di Gotto, di Mons. Michele Pennisi come vescovo di Piazza Armerina e delegato Cesi per l’educazione. Si volevano mettere insieme i dati, i volti, le riflessioni educative e pastorali. Il secondo giorno vi sono stati cinque laboratori (qui alla fine si riportano i risultati dei tre pervenuti), l’omelia di Mons. Franco Montenegro – arcivescovo di Agrigento e delegato Cesi per la pastorale della Carità – focalizzata sul compito pedagogico della Caritas, l’intervento di Mons. Calogero Peri, vescovo di Caltagirone, con al centro il tema della relazione come via evangelica per uscire dalla crisi.


Intervento di Salvatore Rizzo,
ricercatore regionale e curatore del volume
“Le conseguenze della crisi viste dal Sud”


Grazie per la fiducia e lo spazio che mi vengono dati anche in questa occasione. Per prima cosa voglio ringraziare tutti i presenti e tutti coloro che pur non essendo presenti hanno contribuito con il loro lavoro alla realizzazione di questo terzo dossier pubblicato dalle edizioni Gruppo Abele. Perché questo volume che avete tra le mani è il frutto, non di un lavoro fatto a  tavolino, ma è la raccolta del lavoro di ascolto, osservazione, discernimento che ciascuno di voi ha compiuto nella propria diocesi. E quindi avrete tra le mani materiale che parla un po’ di voi. Non incorrete però nella tentazione di andare a vedere solo ciò che vi riguarda, di leggere solo i vostri dati; sarebbe quasi la tentazione narcisistica di guardarsi allo specchio.  Co saranno anche errori:  come curatore me ne assumo tutte le responsabilità. La cosa più importante che vi invito a fare è quella di operare una lettura approfondita soprattutto della parte in cui si analizzano i fenomeni che descrivono la crisi. Qui abbiamo riportato, anche rielaborandoli, molti degli interventi che sono stati ascoltati a Catania nel corso dell’ultimo Convegno Regionale dove sono intervenuti economisti, sociologi, esperti che ci hanno aiutato a leggere i fattori strutturali di questa crisi, offrendoci pure criteri di lettura e di possibili vie d’uscita.
Il tentativo che abbiamo fatto nel raccontare tutto questo è anche quello di dargli un taglio pastorale che, in termini “laici”, vuol dire anche operativo. Ci auguriamo che attraverso la lettura di questo testo possiate trovare anche idee operative, possibilità di sviluppare processi volti  a superare la crisi in cui ciascuno di noi nei nostri territori si trova. Mi fa piacere presentare questo dossier in questa occasione. Siamo arrivati, come si suole dire, sul filo di lana perché proprio stamattina il corriere proveniente da Torino ce lo ha consegnato. Vedrete che ne è valsa la pena di lavorare un po’ più nella elaborazione dei testi e dei grafici. Il dossier che avete tra le mani si differenzia dai precedenti perché oltre a riportare, come dicevo prima, i dati dei Centri d’ascolto con una ricchissima dotazione di tabelle in appendice che li descrive dettagliatamente, nella seconda parte c’è il tentativo di leggere in maniera integrale i dati che vengono dalle diverse diocesi. Questo ovviamente ha significato molto tempo di elaborazione. Prima di entrare nel merito, un’altra annotazione: abbiamo scelto di mettere in copertina una storia reale, non è un dipinto anche se lo sembra. È una foto riveduta al computer di un artista egiziano che ha allestito una mostra a Capo Peloro alla Fondazione Horcynus Orca. Questa mostra descrive la storia dei dimenticati. Lei ha fatto un reportage dentro l’ospedale psichiatrico del Cairo (ed oggi sentiremo parlare anche di manicomi giudiziari) denunciando lo stato in cui versano queste persone. Ha fatto questa mostra e a causa di questa mostra è stata incarcerata dal regime del Cairo circa un anno fa. Ci sembrava, anche se oggi per fortuna è libera, giusto rendere omaggio a questa artista che ha fatto della sua arte anche un impegno sociale.
Entrando nel merito del nostro lavoro, potrò descrivere soltanto per punti alcune caratteristiche che sono di ordine generale ma poi ovviamente dati e riflessioni andrebbero approfonditi a livello locale, anche perché i volti di questa crisi raccontano storie che hanno una forte connotazione locale. La povertà a Mazara o a Trapani, pur avendo caratteristiche strutturali o socie economiche simili, è diversa da povertà di scenari metropolitani come quelli di Palermo o di Catania. Però ci sono dei tratti che in qualche modo raccontano in termini generali qual è il volto delle persone colpite dalla crisi di questi anni. Proprio nell’introduzione che io ho scritto provo a raccontare per punti questi caratteri generali.
Primo punto: si tratta di povertà al plurale in quanto le dinamiche legate all’impoverimento dei singoli e delle famiglie non sono esclusivamente legate all’assenza di reddito, ma sono piuttosto il frutto di più fattori di rischio che intervengono fra di loro. Non è detto che ci sia l’assenza di reddito o solo essa. Qualche volta magari il reddito c’è pur non essendo sufficiente, alle volte c’è ed è sostanzioso ma, ad esempio, sta all’interno di un contesto di vita o sistema di vita o di una adeguatezza ai compiti di vita quotidiana che comunque fa sprofondare in una situazione problematica una persona e la sua famiglia. La prima caratteristica che emerge, quindi, è proprio questa, una crisi dove concorrono più fattori di rischio.
Secondo punto, che secondo me ci dice molto anche in termini pastorali, è quello che ho definito povertà ereditaria. Sempre più spesso ci troviamo ad aiutare, seguire persone che oggi vivono situazioni di crisi ma che ci raccontano anche di crisi che hanno colpito le loro famiglie di origine e che, se non c’è un cambiamento, colpiranno anche le generazioni future. La povertà si eredita! Purtroppo si è interrotto anche quel tratto che aveva consentito lo sviluppo del nostro Paese fino a qualche decennio fa: quella capacità di ascesa sociale (l’“ascensione sociale”, viene definita dai sociologi) che consentiva a classi sociali meno abbienti, con qualche aiuto da parte dell’assistenza pubblica e con qualche sforzo familiare, di fare il salto di qualità passando alle nuove generazioni. Quanti figli di contadini o di persone umili negli anni scorsi hanno raggiunto posizioni sociali e un agio rilevanti. Oggi questa ascensione sociale sembra essersi bloccata, anzi sempre più spesso noi aiutiamo persone che sono figli di gente povera. Probabilmente saranno invece genitori di bambini che, se non si interviene in maniera strutturale, saranno adulti poveri tra qualche anno.
Una povertà giovane è il terzo aspetto. Il dato regionale che emerge ci dice gli utenti dei Centri d’ascolto sono per lo più utenti di età media, della fascia centrale della popolazione. Ma il bisogno di cui sono portatori e che raccontano è spesso un bisogno che coinvolge giovani generazioni: giovani che non trovano lavoro; famiglie giovani con grosse difficoltà a causa della perdita di un lavoro; storie di bambini e di adolescenti che nascono dentro famiglie fragili. Insomma emerge dai nostri dati e dalle nostre letture quell’assenza di futuro e di speranza di cui si parla tanto in questi mesi e in questi anni.
Quarto: povertà al femminile. In che senso? Nel senso tradizionale del termine: nel senso che grava anche sulle spalle della donna il peso di trovare soluzioni o risorse per la famiglia. Gli utenti dei Centri d’ascolto in quasi tutte le diocesi sono donne. Ma povertà la femminile anche perché, a causa dei cambiamenti degli stili di vita, sempre più donne anziane rimangono vive per molto tempo, sopravvivono ai loro partner e quindi subiscono anche la povertà che questa situazione sociale comporta.
Poi c’è la solitudine. Solitudine che non è semplicemente un fatto individuale. Non è tanto il povero solo. Anzi la maggior parte degli utenti dei Centri d’ascolto sono famiglie. “Povertà sole” lo diciamo per sottolineare che dietro alle storie di povertà oggi c’è una fragilità del sistema di relazioni. La povertà è come se indebolisse, addirittura recidesse, i legami sociali che queste persone hanno attorno a sé. Tante famiglie rimangono isolate dal contesto sociale di riferimento. Non riescono a costruire relazioni stabili. Anche questo ci dice in termini operativi o pastorali quale potrebbe essere il nostro ruolo nel sostegno a queste famiglie partendo dal ritessere relazioni buone, salde, solide intorno a queste famiglie.
Poi ci sono altri due punti che in qualche modo sono considerazioni sulle politiche che generano le povertà. Dalle analisi emerge con chiarezza la debolezza, talvolta l’inadeguatezza o l’assenza, delle politiche sociali di lotta alla povertà. Le attuali politiche sociali, quando ci sono, appaiono inadeguate, spesso incapaci di cambiare in maniera strutturale le sorti di un territorio, spesso legate all’emergenza o con carattere assolutamente assistenziale. Un buon welfare è un elemento strutturale che consente alle famiglie di sopravvivere ai momenti di crisi. Un momento di crisi quando si manifesta in un territorio dove non ci sono servizi e risposte promozionali, può diventare un momento drammatico. Nelle nostre diocesi, dove si sperimenta il microcredito, sappiamo come la crisi può derivare da una malattia improvvisa, un lutto, un’emergenza contingente. Quando ciò si manifesta in un territorio che non ha politiche pubbliche capaci di sostenere la famiglia in difficoltà, la crisi diviene un momento drammatico che spesso le famiglie vivono in solitudine dal punto di vista sociale e politico. Non ci sono orecchie abituate ad ascoltare quanto emerge e le risposte che qualche volta si hanno sono tarate più sull’assistenzialismo, sulle emergenze e sull’istituzionalizzazione piuttosto che mirate all’emancipazione. Si investe molto di più in borse o in misure di sostegno a reddito “una tantum” piuttosto che su servizi che in maniera continuativa e strutturale consentano ai più fragili di trovare risposte sul territorio.
L’ultimo elemento che volevo aggiungere a questo quadro d’insieme in parte l’ho detto: la crisi nella nostra regione è aggravata per la presenza di una macchina politica e amministrativa debole, per usare un eufemismo. Nei nostri territori il  cattivo funzionamento della pubblica amministrazione ai vari livelli degli enti locali e un sistema ancora diffuso di illegalità rendono ancora più difficile la vita, particolarmente alle persone fragili. E questo è un altro elemento anche dalle analisi fatte dagli esperti che abbiamo chiamato ad aiutarci nella lettura dei dati e che focalizza nel “capitale sociale” una via d’uscita.


Intervento di Suor Laura Viti,
delle Suore Francescane dei poveri,
volontaria al carcere psichiatrico di Barcellona PdG


Buonasera a tutti, ringrazio per la possibilità di essere qui con voi questo pomeriggio. Continuo sulla linea di Salvatore perché il concetto con cui lui ha finito è esattamente ciò a cui mi aggancio per parlare dei volti. Ne incontriamo tanti di volti. I volti di ultimi, i volti di chi non ce la fa. Di chi sulla carreggiata rimane sempre un po’ al margine, se non del tutto. Il mio osservatorio un po’ privilegiato è quello dell’ospedale psichiatrico giudiziario di Barcellona Pozzo di Gozzo (Messina), dove da dodici anni faccio servizio di volontariato. In questo momento intanto è una realtà che vi appartiene a tutti perché dentro quest’ospedale psichiatrico giudiziario ci sono persone che vengono da tutta la Sicilia, dalla Calabria, dalla Puglia. Il bacino territoriale che dovrebbe contenere sarebbe quello di Barcellona, invece abbiamo di tutto (Milano compreso) perché c’è anche nel disagio questa sorta di beffa: il girare da un ospedale psichiatrico all’altro. Poiché, quando si comincia a dar fastidio, si viene trasferiti e le famiglie cominciano questo calvario per andare a trovare il figlio da Milano, a Torino e così via...
In questi ultimi anni, per i quali parlavamo di una crisi che diventa soffocante, abbiamo assistito al crescere dei reclusi da 180 (dentro un ospedale psichiatrico che può contenere fino a 200 persone) ad 400. Sono in una situazione di invivibilità totale. È praticamente la pattumiera del nostro Paese, non si può chiamare in modo diverso. È un inferno. Dove, se una volta uno entrando riusciva nel giro di una settimana a incontrare tutti i ricoverati, oggi è difficilissimo. E il livello di vita è diventato così basso e così umiliante che uno entra e si vede circondato da 20 persone, senza poter parlare con nessuno, se non a fatica, perché ognuno ha le sue esigenza, chiede delle cose che sarebbero dei diritti e invece sono dimenticati, schiacciati. Voglio sottolineare una cosa: non faccio accuse a nessuno del personale perché io sfiderei chiunque di noi a lavorare in un posto del genere. Come in ogni tipo di lavoro ci sono persone che lavorano in modo ottimo, altre in modo mediocre, altre a bassi livelli. Questo tra gli agenti, tra gli infermieri, tra tutti …. Aggiungo che, a mio parere, in questo momento di crisi, la rete di cui stiamo parlando è l’unica possibilità di risposta ad una situazione che sta diventando una bomba. Voi leggete sui giornali di «continue aggressioni», ma è normale in un posto dove c’è sovraffollamento (in una stanza da 5 posti si sta in 10), sono tutti con una patologia mentale, e uno non ti fa dormire una notte e poi un’altra e poi un’altra ancora … Uno dalle due alle quattro, per la sua insufficienza mentale, sbatte una porta di ferro tutto il pomeriggio … tu arrivi e l’altro ti dice: non ne posso più, non ce la faccio più, lo ucciderei. È una parola che diremmo anche noi! Ecco che poi basta una parola e scattano le aggressioni, che sono veramente all’ordine del giorno.
Chi entra dentro questi posti? Noi abbiamo di tutto. Da gente che ha 18 anni a gente che ha 80/85 anni e che non potrebbe più nuocere neanche alle mosche, però è lì dentro. Nella maggior parte dei casi, nel 60% dei casi, si è dentro per reati che a persone normali non vengono imputati. Ad esempio: se io dico una parolaccia a un vigile nessuno mi mette in carcere, ma sulle sentenze di un paziente è scritto: «ha detto stronzo al vigile», e quindi è stato messo in carcere. Entra, anzi, in un “ospedale psichiatrico” che non è carcere, perché per l’ospedale psichiatrico giudiziario non c’è una condanna. Si è assolti per vizio di mente, perché si era incapaci di intendere e di volere al momento del fatto e quindi si applica una misura di sicurezza. La beffa è che per aver offeso il pubblico ufficiale uno ha una misura di sicurezza di due anni e può stare dentro 24 anni, non perché è pericoloso ma perché il territorio, la famiglia, i servizi non lo prendono più in carico, non si fa un progetto sulla persona. Noi abbiamo un uomo che seguiamo con un progetto ed una volontaria lo porta a casa sua con i suoi nipotini piccoli e i nipotini aspettano la fine del mese, il giorno che questo nonno arriva. È dentro da 26 anni. Perché vive in una struttura, poiché viene dall’ospedale psichiatrico giudiziario, appena si muove un pochino di più, ha un momento di crisi (la malattia mentale infatti ha alti e bassi, e la primavera è un momento difficile), dicevo appena ha un momento di crisi subito si fa rientrare. Si trovano in questa situazione persone che sono dentro da 24 anni.
È detenuto a Barcellona un ragazzo giovane, un artista che ha partecipato al festival di Napoli, che canta, che ha un gruppo di amici. Sì, ha fatto anche uso di droghe, ma se mettessimo in carcere tutti quelli che fanno uso di droghe non credo che sarebbe molti a rimanere fuori, anche del nostro governo non so chi si salverebbe. Nella sentenza che mi ha mandato l’avvocato c’è scritto che era scompensato. Per questo ha aggredito il capitano dei carabinieri, quindi è arrivata la dottoressa che doveva fargli una puntura perché avevano deciso che dovevano fargli un trattamento sanitario obbligatorio. Questo giovane, nello scompenso, sputa nell’occhio della dottoressa. Lui si ricorda perfettamente che il capitano dice «non lo denunciamo» e che anche la dottoressa dice «no, lo denunciamo». Ma per il fatto di essere stato scompensato in quel momento, ora è finito nell’ospedale psichiatrico giudiziario! L’altro giorno mi ha detto: «Laura, io lo so che io da qui non uscirò perché il mio servizio di salute mentale non mi vuole più e questa è una cattiveria che mi hanno fatto». Sembra una follia ma non lo è. Lo psichiatra che lo segue, l’educatore, ha chiamato il suo paese gli hanno detto che per loro si può cancellare dal registro!
C’è pure un ragazzo giovane che ha rubato 7 € ed è in ospedale psichiatrico giudiziario! C’è dentro in questo momento gente con insufficienze mentali gravi ma che non possono nuocere a nessuno. Sono soltanto persone che necessitano di un’attenzione che lì dentro non gli può essere data. Voi pensate che un agente a volte ha 100 persone davanti e in questa condizione dovrebbe provvedere alla sicurezza! A volte c’è un infermiere o due per 100 persone. Ne segue che non si riesce a vedere se l’altra persone veramente fa la terapia. Non c’è vestiario. Si trovano vestiti o svestiti in tutti i modi. Il cibo è insufficiente. Pensate che a cena per almeno 5 giorni a settimana si mangia un uovo e due patate bollite dove l’olio non si vede. Quando si fanno delle cene di reparto ti accorgi della situazione. La cena nel nostro reparto era di 36 persone, ora sono 60. Si fa una cena con i volontari perché la relazione diventi cura. Se si portano le patate condite dove si vede l’olio, vanno a ruba. Si vede, la prima, la seconda, la terza volta … gente affamata. Poi a volte c’è chi riceve qualche soldino dalla famiglia e si può ordinare gli arancini e c’è chi mangia quello che c’è, ovvero quasi niente. Le medicine non ci sono perché il governo in questi ultimi anni ha fatto tagli per cui uno comincia una cura (sono cure che dovrebbero essere iniziate gradualmente e sospese gradualmente altrimenti possono far male) ma arriva un giorno che quella medicina non c’è più e tutti i buoni risultati ottenuti da quella persona sono perduti. Così la persona cade nella crisi di prima semplicemente perché non c’è la medicina da dargli.
A nulla servono le lettere, le richieste. Il nostro direttore è andato anche dal governo quando c’era Castelli a dirgli che non si può più vivere così e Castelli gli ha risposto che se non se la sentiva si doveva dimettere. Non che il problema fossero i fondi, il problema era il direttore  che non riusciva a gestire il carcere psichiatrico! Noi abbiamo 400 persone ma, quando vengono trasferite da Milano a noi, non li seguono anche un budget di soldi, no. Le 400 persone vengono gestite con lo stesso budget di 200, ovvero praticamente un budget da fame. Questi sono i volti che ci interpellano. L’impressione forte è che le persone che noi seguiamo sono le persone che nessuno vuole. Che i territori non vogliono, che i servizi di salute mentale non vogliono, che i servizi sociali non vogliono. E tante volte mi domando, autocriticandomi (sono una persona umana, sono una cristiana, una religiosa): ma noi comunità cristiana li vogliamo? Non sono lì perché anche noi come comunità cristiana non abbiamo più quella capacità di rete che permetteva di trovare soluzioni? Io ricordo nella mia parrocchia quando ero piccola delle persone che erano disturbate. Però gli si trovava un piccolo ruolo all’interno della comunità, della comunità da cui erano conosciute ed erano anche accolte, capite. Quella persona aveva un modo un po’ strano di vivere però poteva ancora stare dentro il territorio. Appena queste porte si chiudono quella persona diventa sempre più strana perché, più la si isola, più diventa un pericolo. Si dipinge come un mostro una persona che invece è soltanto una persona disagiata. Poi noi abbiamo imparato, purtroppo, nelle nostre realtà a farci sempre di più gli affari nostri. Nei condomini, nei paesi, ognuno sta attento perché chissà … cosa pensa l’altro.
A conclusione di questo racconto di storie e di volti che incontro vi parlo di un ragazzo di trent’anni originario della Sicilia. Erano cinque figli, tutti violentati dal papà. Racconta delle cose raccapriccianti di quando era piccolo. Ve ne dico solo una: lui correva verso il papà per essere abbracciato e il papà gli metteva la lingua in bocca. Ha violentato tutte le sorelline. Pensate che la mamma per salvarli o li faceva dormire in cantina o li mandava a dormire dal parroco. Una cosa che tutto il paese sapeva. Dopo tanti anni di violenze la mamma riesce a prendersi questi figli e a portarseli via, a Milano. Questo bambino viene messo in collegio perché è chiaro che, subendo tali cose, è più fragile e ha un disturbo mentale. Lo psicologo gli ha detto che ha un delirio organizzato, nel senso che parla bene, sa prendersi cura di sé ed è una meraviglia sentirlo parlare. Nell’adolescenza vive con la nostalgia di non aver potuto stabilire un rapporto con suo papà. Cresce, cresce,cresce e quattro anni fa dice alle sorelle: «io voglio andare a trovare papà». Tutti glielo sconsigliano ma lui si intestardisce, prende l’aereo con la sua fidanzata e va in Sicilia a trovare questo papà. Che lo fa ricoverare in psichiatria! In sua assenza violenta la fidanzata. Questa si reca in ospedale tutta sgraffiata, quando il giovane torna a casa con le forbici uccide il papà. Il perito ha detto nell’ultima udienza: «una persona normale avrebbe fatto questo, figuriamoci uno schizofrenico». E il giudice annuiva, perché tutto quello che lui dice è tutto certificato. Quando ho sentito questa storia la prima volta, la sera non riuscivo ad addormentarmi e la domanda che mi sono fatta è stata: possibile che non si poteva fare niente? Non punto il dito contro questo papà che era un malato ma, appena uno si rende conto che c’è un uomo così malato, non si possono lasciare cinque bambini nelle sue mani. Allora mi dico: dov’erano i servizi sociali? Dov’era la comunità parrocchiale? Dov’era la rete di famiglie vicine? Tutti sapevano, pure il parroco che li ospitava a casa sua, tutti potevano salvarli da questa violenza!
Ecco come i volti dei più deboli ci interpellano ...


Intervento di Mons. Michele Pennisi,
Vescovo di Piazza Armerina,
delegato Cesi per la scuola e l’educazione


Sono molto lieto di poter partecipare a questo incontro in cui abbiamo ascoltato le analisi della povertà in Sicilia e il racconto dei vari volti del carcere psichiatrico di Barcellona. Io spesso incontro i carcerati, anche se non quelli del carcere psichiatrico. Nella nostra diocesi ci sono due carceri: uno a Piazza Armerina e l’altro a Gela, con sovraffollamento anche lì perché, a fronte di una capienza di 60 persone, ce ne sono 120. Sono divisi in quattro sezioni: sezione comuni, sezione femminile, sezione mafiosi e sezione protetti. Anche lì attraverso queste persone, attraverso i loro familiari, si vede una realtà dolorante, emarginata. A noi come cristiani è chiesto di leggere questi ed altri fenomeni come segni dei tempi. Già Giovanni XXIII e poi il Concilio Vaticano II hanno parlato dei segni dei tempi. I segni dei tempi vanno letti a partire dagli ultimi, a partire dalle povertà presenti nel nostro territorio. Spesso questi segni dei tempi noi facciamo fatica a leggerli. Quasi li censuriamo. Abbiamo paura di affrontare questi temi, di mostrarli in pubblico. Una cosa che mi colpisce è che tanti cristiani, se pure informati poi di questi problemi, non vogliono interessarsi. Quest’anno in diocesi abbiamo fatto una serie di incontri nei vari comuni con i catechisti, poi ci sono stati gli incontri con gli operatori Caritas. E abbiamo visto come, mentre per i catechisti c’erano grandi folle (a Gela 500 persone) per cui abbiamo dovuto dividere in due punti gli incontri, quando si trattava degli operatori Caritas c’erano soltanto poche persone. C’è il rischio di slegare la carità dal complesso della vita cristiana. Una carità che non scaturisca dalla liturgia, che non scaturisca dall’Eucaristia che è il sacramento della condivisione di Cristo che si fa per noi pane spezzato, una carità che non scaturisca dalla preghiera, una carità che non scaturisca da una formazione, dalla catechesi, rischia di essere soltanto un attivismo che tardi o presto stanca. Per cui qualche volta il rischio è che le Caritas parrocchiali si riducano a quella che può essere definita una burocrazia della carità: arriva la persona, si compila la scheda, gli si da il pacco viveri senza neanche chiedergli «come stai?», e tutto finisce lì.
La crisi peraltro ci mette anche in contatto anche con le nuove povertà. A iniziare dagli immigrati, le cui condizioni sono drammatiche. La logica è quella che porta a dire «facciamo grandi centri d’accoglienza», ma poi questi centri diventano dei punti finalizzati a far stancare queste persone e farle andare via. Non si vuole, invece, disseminarli nel territorio. Io mi chiedo e vi chiedo: come comunità cristiana siamo preparati a raccogliere queste persone nel territorio? Facciamo dei buoni propositi, ma una famiglia sarebbe disponibile ad adottare un immigrato? Se a una parrocchia che ha dei locali chiediamo di metterli a disposizione, sarà disposta ad accoglierli? Molte volte no! Eppure nel Vangelo leggiamo: «ero carcerato e mi avete visitato, ero straniero e mi avete accolto». Quindi c’è spesso una sfasatura tra la preghiera, la catechesi e la carità. Noi sappiamo invece che la comunità primitiva era una comunità in cui c’èra questa quadruplice perseveranza: la perseveranza nella preghiera, nella frazione del pane, nell’insegnamento degli apostoli, e poi nella koinonia che significava anche la condivisione dei beni. Secondo me la prima cosa da recuperare è questa integralità della vita cristiana perché, se non si recupera questa integralità, noi avremo degli specialisti della carità e dell’assistenza, ma non capiremo che ogni cristiano solo perché cristiano deve farsi carico dell’accoglienza del fratello!
Sono considerazioni che ci portano a rilevare come il primo problema che si pone in questa crisi è un problema educativo. La crisi non è soltanto economica ma ha dei fattori sociali, morali, spirituali e quindi va affrontata globalmente. E va affrontata anzitutto con un progetto educativo, con cui soprattutto siamo chiamati a riscoprire l’integralità dell’esperienza cristiana, le varie dimensioni dell’esperienza cristiana che non possono essere scisse o separate. Poi in questa crisi siamo chiamati a vivere un nuovo modello di vita, di sviluppo, una maggiore sobrietà. Perché noi siamo stati abituati ad uno stile di vita consumistico. Tuttavia passare da uno stile consumistico ad una maggiore sobrietà non è facile. Perché ormai alcuni stili di vita sono stati standardizzati e c’è la difficoltà a fare un’analisi della situazione e vedere come cambiare stile di vita. Stile di vita nei consumi: molte volte noi spendiamo per tante cose superflue. Stile di vita nell’accostarsi al lavoro. Lo ha detto anche il cardinal Bagnasco nella sua prolusione dell’ultima conferenza episcopale: «Oggi si tende a rifiutare il lavoro manuale». Eppure il lavoro manuale è quello che ha reso possibile ai nostri padri un ascesa sociale per i figli. Esempi ce ne sono tanti. L’altro giorno mi diceva un presidente della provincia: «è venuta una persona che cercava lavoro». Gli aveva trovato lavoro in un cantiere edile e questo una sera lo chiama e gli dice: «io le rompo le ossa, io voglio un impiego». Capisco i lavori pesanti, i lavori usuranti o alienanti in cui sono costrette tante persone che lavorano in nero, però c’è oggi da noi una cultura più dell’impiego che del lavoro. Bisogna aiutare le persone a passare dalla cultura dell’impiego a una cultura del lavoro, del lavoro inteso come opera creativa, come opera della creazione.
È necessario quindi passare da una cultura individualistica, che da noi in Sicilia è molto presente, ad una cultura comunitaria. Quante difficoltà abbiamo a mettere assieme persone per creare un’associazione o una cooperativa o a mettere assieme varie associazioni! Ad esempio la Fondazione per il Sud si propone come compito quello di sviluppare il capitale umano, di sviluppare la cooperazione. Fa dei bandi che esigono la cooperazione, ma quanto è difficile perché ognuno vuole capire quanto ci guadagna ma nessuno vuole metterci il suo.  Passare da una cultura individualistica ad una comunitaria significa anche passare da una cultura di irresponsabilità a una cultura di responsabilità. Perché c’è una cultura dello scaricabarile,  che porta a non assumersi la propria responsabilità. A rimandarle sugli altri, prima sulle altre persone e poi sul Comune, sulla Provincia, sulla Regione, ma nessuno sa assumersi la propria responsabilità.
Sono tanti, quindi, i motivi che indicano come bisogna puntare sull’educazione. Mi pare importante che negli ultimi documenti della Santa Sede e della Chiesa italiana il tema predominante sia quello dell’educazione. Per quanto riguarda l’educazione voglio ricordare come anche la “Caritas in veritate” parla dell’importanza di questa. Dice: «Col termine educazione non ci si riferisce soltanto all’istruzione o alla formazione al lavoro, entrambe cause importanti di sviluppo, ma alla formazione completa della persona». Ancora il papa dice: «Per educare bisogna sapere chi è la persona umana». La questione educativa ha un risvolto antropologico. Alcuni anni fa nella nostra diocesi di Piazza Armerina, prima del documento della Cei, abbiamo tenuto un Convegno sul tema “La questione antropologica e la sfida educativa” in cui abbiamo elencato anche i collegamenti col campo della carità, legato necessariamente alla pastorale  sociale e all’impegno sociale e politico. Ed è risultato evidente come ci sia poca sensibilità da parte dei cristiani.
Poi c’è il documento della CEI “Per un paese solidale. Chiesa italiana e mezzogiorno”. Di questo documento vorrei segnalarvi in particolare il n. 17. in cui si parte da una affermazione dei vescovi siciliani del 1996, quando io ancora non ero vescovo. Viene detto che «le metamorfosi sociali ed economiche che si sono attuate nel Mezzogiorno hanno reso più incerto sia il senso della socialità che il senso della legalità». In fondo la mancanza di legalità deriva da una mancanza di vera socialità. C’è la socialità perversa che è la socialità mafiosa e c’è la socialità buona, cioè la socialità in cui ognuno si deve sentire responsabile dell’altro. Continua il documento: «Il deficit di senso della socialità ha prodotto tendenza egoistiche gonfiando il catalogo di diritti e delle pretese dei singoli, esaltando l’individualismo, lasciando in ombra i doveri, le relazioni, le responsabilità. L’indebolimento del senso di legalità ha poi prodotto un inquinamento esteso ancor più profondo che investe non soltanto la devianza penale ma la stessa cultura delle regole per una convivenza ordinata». Aggiungono i vescovi: «Questa analisi rimane tuttora valida così come la proposta di rilanciare un serio e rigoroso processo educativo destinato specialmente ai giovani perché siano formati a dare un contributo qualificato alla società». Quindi si parla dell’educazione dei giovani, di una nuova proposta educativa, della questione scolastica come espressione della questione culturale e morale.
Siamo così rimandati ad un’ulteriore nuove povertà. Oggi, ne sono convinto, i nuovi poveri sono i giovani. I giovani che non hanno prospettive di futuro. C’è una generazione che ha perso il futuro, che non ha speranza per il futuro. È stata a casa fino forse a trent’anni, che non trova lavoro o se lo trova è un lavoro precario. Che domani non potrà maturare il diritto a una pensione minima, al massimo potrà avere una pensione sociale se ci saranno le risorse. Tutto questo porta ad una perdita del senso della vita, a una incertezza sul futuro, alla perdita nell’impegnarsi per migliorare se stessi. Un giovane dice oggi: «perché devo studiare?». «Perché, se poi alla fine sono costretto a fuggire da questa terra?». Sono tante le cose che ci fanno vedere l’importanza dell’educazione.
C’è anche il documento di questo decennio pastorale “Educare alla vita buona del Vangelo”, che ci aiuta a superare l’emergenza educativa a partire dalla “vita buona del Vangelo”. È una risposta cristiana all’emergenza educativa, non è una risposta generica. È una risposta a partire dal Vangelo. Perché se noi vogliamo superare la crisi dobbiamo ripartire dal Vangelo. “Ripartire dal Vangelo” potrebbe essere lo slogan a cui noi ci dobbiamo ispirare. Bisogna coagulare la lettura seria della realtà, come viene fatta in questo nostro incontrarci, con il Vangelo e vedere cosa il esso ci dice. Altrimenti si corre il rischio che il Vangelo rimanga relegato a gruppo liturgico che fa, magari, belle riunioni ma non diventa vita. In questo modo rischia di ridursi a una ideologia. È importante dunque che noi, a partire dall’incontro con Cristo, siamo coloro cha anzitutto hanno sperimentato la buona novella dell’amore di Dio in loro stessi per poi testimoniarla agli altri. Com’è possibile amare gli altri se uno non si sente accolto, amato? Se non ci si sente perdonati? Ed è il Vangelo che ci presenta queste categorie fondamentali: la categoria dell’amore, che è l’amore di Dio verso di noi. La categoria della relazione filiale e fraterna. Dobbiamo riscoprire anche la categoria della relazione, e noi Chiesa di Piazza Armerina abbiamo tenuto un Convegno ecclesiale e stiamo meditando da tre anni proprio sul tema “Chiesa comunione di persone. Da collaboratori a corresponsabili. Il dono della relazione filiale fraterna”. Concepire la vita come dono. Solo se così la concepiamo possiamo realizzare ciò che dice la “Caritas in veritate”: «un’economia fondata sul dono, una economia che parte dalla categoria di fratellanza, di fraternità». Se questo non si sperimenta, rimane sulle nuvole.
La sfida pastorale che si impone anche a livello della Caritas è la sfida dell’educazione. Una sfida che ci invita ad approfondire alcuni problemi drammatici del nostro tempo, non solo i nostri problemi piccoli, ma i problemi che riguardano il mondo intero come i problemi del Mediterraneo, quelli del terzo mondo, di uno sviluppo distorto. Il tutto alla luce del Vangelo, della dottrina sociale della Chiesa. In questo senso la “Caritas in veritate” ci ha offerto un metodo di lettura di alcuni fenomeni locali alla luce della dottrina sociale della chiesa ma anche la possibilità di dare delle risposte. Certo, delle risposte che non sono delle ricette perché la dottrina sociale della Chiesa indica dei valori e degli orientamenti, poi c’è bisogno di discernimento personale e comunitario. È importante, di conseguenza, che ci educhiamo al discernimento. Nei nostri gruppi Caritas, nei nostri consigli pastorali, presbiterali, invece di occuparci di questioni puramente interne, clericali, è bene  cercare di analizzare quali sono «le gioie e le speranze, le angosce e le paure degli uomini e delle donne del nostro tempo», come dice la “Gaudium et spes”, e cercare di dare una risposta che è risposta originale perché, se noi ci accontentiamo di essere una succursale della Croce Rossa, non abbiamo capito cosa significa essere cristiani. Questo di più che è un dono, non un merito, è un di più che ci viene dato e che ci aiuta a vedere nell’altro il volto di Cristo: nell’affamato, nel carcerato, nello straniero. È importante educarci a leggere la realtà alla luce del Vangelo che ci propone una vita buona. Quando è stato presentato questo documento, un giovane mi ha detto: «il termine vita buona non mi piace perché per noi significa vita da fesso». Ma vita buona significa una vita in cui la persona è messa al centro, si sente valorizzata per quello che è e non per ciò che fa o sa fare!
Per concludere dico, appunto, che questo documento che ci è stato consegnato dalla Chiesa italiana non è un ricettario, ma deve far scaturire in tutte le comunità cristiane un discernimento comunitario che porti a riscoprire una dimensione della carità che sia al passo con i tempi. Nel n. 39 leggiamo: «La carità educa il cuore dei fedeli e svela agli occhi di tutti il volto di una comunità che testimonia la comunione, si apre al servizio, si mette alla scuola dei poveri e degli ultimi, impara a riconoscere la presenza di Dio nell’affamato e nell’assetato, nello straniero e nel carcerato, nell’ammalato e nel bisognoso. La comunità cristiana è pronta ad accogliere e valorizzare ogni persona. Anche quelli che vivono in stato di disabilità o svantaggio», compresi i pazienti dell’ospedale psichiatrico di cui ha parlato suor Laura. «Per questo vanno incentivate proposte educative e percorsi di volontariato adeguati all’età e alle condizioni delle persone mediante l’azione della Caritas e delle altre realtà ecclesiali che operano in questo ambito anche a fianco dei missionari». Non dobbiamo mai dimenticare la dimensione della mondialità. Noi abbiamo i nostri problemi però se apriamo lo sguardo ci si accorge che di fronte alle povertà del mondo i nostri problemi sono davvero piccola cosa. Durante la quaresima sono stato per otto giorni in Perù a 2500 metri a visitare dei villaggi sperduti dove la gente ancora vive allo stato primitivo. Però la Chiesa è presente. Il parroco ci va ogni due o tre anni, ma ci sono una piccola comunità di suore e dei volontari. Ho trovato infatti quindici famiglie europee o americane che hanno lasciato tutto e si sono trasferite in quella terra per servire i poveri nella “Congregazione dei servi dei poveri del terzo mondo”, fondata da un sacerdote originario di Gela, ora molto anziano. Mi ha colpito come queste famiglie vivano queste varie dimensioni integrali. Tre anni fa io sono stato a mettere la prima pietra adesso hanno creato quasi un villaggio. Tra queste famiglie c’è anche l’ex direttore commerciale della Renault. Ogni giorno ognuno svolge il proprio compito ed ogni sera c’è una cappella comune in cui ci si riunisce per l’adorazione. Una volta a settimana ci si riunisce per fare discernimento comunitario e la domenica si pranza assieme. Persone che hanno dedicato la loro vita ai più poveri. Queste sono situazioni limite, però è importante che nei nostri fedeli si instauri questo clima di partire dai poveri. Il servizio ai poveri non è un optional, non è un pallino solo di alcuni ma è la dimensione essenziale della fede, certamente vissuto in base alle proprie circostanze e alle proprie disponibilità.


Omelia di Mons. Franco Montenegro
Arcivescovo di Agrigento
Delegato Cesi per la pastorale della carità


Atti 18, 1-8
Giovanni 16,16-20

Forse approfitterò un po’ della vostra pazienza, perdonatemi, ve lo dico già in anticipo. E le cose che vi dirò non è la prima volta che le dico, ma sento il bisogno di ripeterle. Parto dalle letture che abbiamo ascoltato e blocco un po’ i due quadri che la parola di Dio ci presenta. Il primo riguarda Paolo: quest’uomo consumato dall’annuncio, viaggiatore instancabile. Un tipo di quelli che, quando li incontri, ti mettono sempre sottosopra. Chi preferisce vivere la propria fede restando tranquillo, guardando a lui, prende la scossa. Ma dovremmo chiederci: che cristiani saremmo senza questa ansia? Molti cercano tranquillità, cercano di mettersi la coscienza a posto … quando ad un tratto il Signore viene per scuotere la nostra coscienza. Allora dobbiamo essere come Paolo, che si adatta a tutto ed è pronto a tutto. Non viene fermato né dalle difficoltà, né dalla stanchezza, né dagli ostacoli. Se c’è una cosa che lo muove infaticabilmente è quello di proclamare in ogni modo la signoria di Gesù nonostante ciò gli mettesse contro molti. Abbiamo letto: «gli si opponevano e bestemmiavano». Ma anche in questo Paolo dà lezioni di comportamento. Mi riferisco al suo spirito di fede, alla sua pazienza nel sopportare l’insuccesso, alla serenità di cuore e all’amore instancabile. Da Paolo anche noi operatori della carità abbiamo molto da imparare. E il secondo quadro lo traggo dal Vangelo: se il tema del «vedere» o «non vedere» Gesù è discorso difficile da capire, Gesù traccia però anche in qualche modo la vita di fede dei credenti annunciando il misterioso cambiamento dalla tristezza alla gioia: «Voi sarete afflitti, ma la vostra afflizione si cambierà in gioia». Il mondo, che cerca baldoria più che letizia e soddisfazione immediata più che conquistata, considera la fede come mestizia. Il mondo ha paura del Vangelo perché ritiene che il Vangelo tolga la gioia. Qualche volta anche il credente, quando si trova in crisi, confrontando l’austerità della propria vita e il sacrificio della fedeltà a Dio con la facilità con cui il mondo va avanti, si chiede se valga la pena sentirsi schiacciato il cuore, faticare per il vangelo, affrontare il peso dell’incomprensione, dell’ironia e dell’isolamento. Gesù ci invita, invita anche noi operatori della Caritas, a non aver paura. Il bello è questo che la gioia di cui lui parla non è mandata all’aldilà, è una gioia che anche in questa vita si può sentire, perché tutto dipende dal rapporto che si ha con lui, dal saperlo, sentirlo vicino. Questi sono i due quadri, che rimandano alla dinamicità della vita cristiana animata e sostenuta dalla fede e la gioia del servizio, anche se spesso difficile e non sempre compreso. Questo servizio sembra il tracciato che il Signore vuole indicare a noi riuniti in Convegno.
Non possiamo dare nulla per scontato, perché l’amore non dà niente per scontato. Noi della Caritas siamo riconosciuti per quelli della carità che pensano ai poveri e che si danno da fare per aiutarli. Ci considerano, ma questo deve farci pensare e preoccupare, addirittura come un'altra Chiesa. La Caritas sì, ma la Chiesa non fa certe cose... L’attenzione ai poveri ci distingue, qualche volta ci gratifica, ma un po’ alla volta questo potrebbe trasformarsi in una trappola micidiale perché noi non siamo un'altra Chiesa, noi siamo la Chiesa. Cosa intendo? È vero che facciamo molto per gli ultimi, ma forse col tempo rischiamo di abituarci a pensarli così, e ciò che facciamo prende il sopravvento sulle relazioni da creare con loro. Io sentivo nel gruppo di studio che si parlava di relazioni ma spesso relazioni tra noi. La prima relazione dobbiamo crearla col povero. Questa è la nostra preoccupazione e, se creiamo questa relazione, riusciremo a creare relazione tra noi. Amare, lo sappiamo ed è stato detto, è senz’altro creare relazioni, è prendere in carico e abitare nell’altro. Allora qualche considerazione: noi siamo riconosciuti per coloro che sanno fare tante cose buone a favore dei poveri. L’operosità e l’intraprendenza è indiscutibile e non si può non apprezzare. Io per questo sento di dirvi grazie. Però vi rendete conto? Gli anni passano e i poveri continuano a restare fuori dal gioco, fuori dalla comunità. La Chiesa nonostante sia Chiesa generata dalla carità, e dovrebbe essere chiesa della carità, non trova ancora nella carità il suo distintivo. Ci avvicinano perché sappiamo organizzare tante cose ancora non ci avvicinano perché siamo quelli che si amano. Non ditemi che sono pessimista perché per fortuna non lo sono, ma i quarant’anni di Caritas non avrebbero dovuto far sì che in ogni parrocchia ci fosse la Caritas? In tutte le parrocchie si dice che c’è una Caritas, ma è quella vera? E i poveri, dopo quarant’anni, finalmente non avrebbero dovuto trovare un posto in questa grande famiglia di Dio, che li ha sempre visti e pensati come protagonisti? Intanto sono ancora alle porte della chiesa. E la Chiesa non dovrebbe essere pensata soprattutto in riferimento alla carità? Non solo per lo stile di vita dei cristiani, ma in quanto la Chiesa fa risplendere la carità di Dio dalla quale poi appunto deriva ed è modellata la carità dei cristiani.
Forse abbiamo tutti bisogno di riprendere a parlare più di poveri che di servizi senz’altro necessari e dovuti. Non dite che don Franco non è d’accordo con i servizi, ma se dovessimo fare un Convegno avente come tema il povero avremmo tante cose da dirci, oppure avremmo difficoltà a parlare di lui sapendo che parlare di lui è parlare di Gesù? Se i poveri sono l’eredità preziosa di Gesù, dovrebbero essere la nostra gioia, il nostro orgoglio, invece continuano ad essere un problema, che non solo la società, ma anche noi credenti tentiamo di nascondere o evitare. O forse perché questo il Vangelo non ce lo permette, allora deleghiamo o riceviamo una delega, dimenticando che l’impegno primario della Caritas è che la comunità diventi famiglia, famiglia che spontaneamente e non per motivi organizzativi dovrebbe interessarsi dei poveri. La nostra preoccupazione, almeno questo è il mio punto di vista, deve essere quella di chiedersi come animare la comunità alla carità. Non perché faccia volontariato ma perché la comunità diventi famiglia. Diventando famiglia, il povero fa parte della famiglia, non resta un “compito”. La nostra preoccupazione dovrebbe essere: quali segni per educare la comunità a vivere questa comunione? Noi invece facciamo riferimento spesso alla comunità perché deve prestare il braccio per poter portare avanti i servizi. Ma se domani lo Stato dovesse creare tutti i servizi possibili e immaginabili, noi abbiamo finito di essere Caritas? No! Perché il nostro problema è che la parrocchia si senta famiglia e solo quando l’ultimo parrocchiano si sente in casa, solo allora la Caritas finisce il suo servizio, non perché abbiamo creato tanti servizi. Poveri ed Eucaristia sono ancora molto distanti. Mentre invece l’uno fa riferimento e porta all’altro. Il fatto che la Caritas, come dicevo, è vista come l’altra Chiesa non è indizio che ancora qualcosa non funziona come dovrebbe? Come per Dio l’opzione per i poveri è totale e assoluta da non essere il Dio per i poveri e nemmeno un Dio con i poveri, ma un Dio che in Gesù si è fatto povero, così non dovrebbe essere per la Chiesa? L’impressione o la tentazione è piuttosto di una Chiesa sicura e solida anche perché sa creare servizi e organizzazione, preoccupata giustamente della dottrina ma non altrettanto preoccupata – inspiegabilmente - per tutto ciò che riguarda la carità. Guardiamo le nostre parrocchie. C’è tanta catechesi, ma il frutto finale della catechesi non dovrebbero essere i testimoni? Il frutto finale è il bambino che si deve fare la prima comunione o il giovane che si cresima o il cristiano che deve vivere la sua fede? E non c’è poca carità? Qualcuno dirà: ci sono i nostri servizi … ma qualche volta non hanno sostituito le famose borse della spesa che noi contestiamo? Perché alcune volte anche i servizi moderni diventano assistenziali.
La carità non è solo un ambito pastorale da preferire o no, ma è una esigenza che ci fa compagni degli altri. Senza i poveri la comunità è più povera di Gesù e del Vangelo. Qualche volta come battuta vi ho detto: proviamo a togliere dal Vangelo le pagine che riguardano i poveri, resta solo la foderina. E se in qualche pagina la parola povero non c’è, ma c’è il nome di Gesù, Gesù è il povero non sociologicamente ma teologicamente, allora ogni pagina parla del Povero. Non possiamo fare a meno di questo. Quando Gesù ha detto «i poveri li avrete sempre con voi», non lo ha fatto perché ci rassegniamo, ma per dire che loro sono una vocazione e anche un compito. Ha detto Paolo VI: «il povero è il nostro tormento se lo sfuggiamo. Se ce ne preoccupiamo diventa la nostra gioia, se ascoltiamo le sue silenziose lezioni diventa il nostro maestro di vita e il nostro compagno di viaggio, che ultimamente è sempre al nostro fianco». Questa è la descrizione di povero e chissà se non dobbiamo discutere su questo, e vedere se in realtà il povero è tutto questo per noi. Non possiamo lasciarci prendere dal bisogno da soddisfare, la nostra preoccupazione è quella di incontrare il bisognoso. Nella società dei bisogni come la nostra sono molte le agenzie di solidarietà più o meno strutturate, più o meno funzionanti, e certo riescono a rispondere alle diverse attese sociali. Noi, Chiesa, siamo altro. Siamo Gesù che continua oggi la sua storia. Come il buon samaritano dobbiamo portare l’olio e il vino, i servizi, ma abbiamo bisogno di predisporre una locanda dove portare lo sventurato perché se ne prenda cura: la comunità. Dobbiamo comprendere perché il malcapitato si è trovato in un così grande disagio. Dobbiamo fare in modo che atteggiamenti etici diversi entrino nel DNA della comunità ecclesiale e civile per dare alla fine al povero la gioia di sentirsi uomo nel vedere la sua dignità rispettata. Il povero è una libertà che ha bisogno di aiuto, senz’altro, ma anche ha bisogno di comunione, di relazione, di affetto e di prossimità. È un uomo che finalmente ha bisogno di sentirsi dire che noi speriamo anche per gli altri, per tutti, che lui è importante, lui è un valore ed è prezioso. Lui resta ancora oggetto della nostra carità, ma il tema stesso del Convegno lo dice: Gesù è il povero! Il Risorto non lo vedo, ma resta presente e mi ha detto che lo devo vedere nei fratelli. Poi Lui mi ha detto che, se voglio fare centro, basta che guardo dalla parte del povero e lui c’è. Ecco questa è la presenza del Risorto ancora in mezzo a noi. Ha ragione chi ha detto che i poveri sono un “luogo teologico”, un libro della fede da leggere e da collocare accanto al grande libro della Bibbia e della tradizione.
Dentro di me ho un grosso interrogativo. Me lo pongo come vescovo di Agrigento, ma credo non sia un interrogativo che debba interessare soltanto me e la mia Chiesa, dovrebbe interessare tutti. Questo passaggio degli immigrati da Agrigento, dalla Sicilia (qui siamo un'unica Chiesa. non siamo la somma di tante chiese) non deve interrogarci su cosa il Signore vuole? Se non ci fosse stato il passaggio dal deserto non so cosa si sarebbe scritto nella seconda parte della Bibbia … Quell’Esodo è stato importante. Da là è venuta fuori una storia meravigliosa d’amore, anche se di sofferenza. Noi Chiesa di Sicilia stiamo vedendo la nostra Isola invasa da immigrati. Qualche operatore pastorale se la sbriga dicendo che è meglio se sene tornano indietro, però: non è il Signore che sta passando? Purtroppo si è messo gli scarponi e fa rumore e fa male, però noi non possiamo interrogarci su che cosa significa questo Esodo per noi. E non ce la possiamo sbrigare dicendo che noi siamo la porta dell’Europa. Perché se si alleggeriscono i cardini non passa più nessuno? Uno che ha preso il barcone nel Centr’Africa per venire qua ha detto: «io nella mia terra ero cristiano in mezzo a tanti musulmani ho dovuto scappare, ma dentro di me c’era una speranza: adesso vado in una nazione dove ci sono tanti cristiani come me, trovo una famiglia. Sono arrivato qui in Italia, ero solo sulla mia terra, sono rimasto solo qui. E qui sono in mezzo ai cristiani!». Questo, non per caricarvi di pessimismo, vi ripeto, ma per interrogarci. Ed é anche bello quello che una donna musulmana diventata cristiana ha detto a Omar, un bambino che ha cresciuto lei perché la mamma lo ha abbandonato. Ora Omar ha 18 anni, è Lampedusa. Ha detto questa donna man mano che cresceva a questo bambino: «senti, tu quando diventerai grande e avrai bisogno di qualcosa o sarai in difficoltà, dove ti trovi se vedi una chiesa entra, perché là ci sarà qualcuno che ti accoglierà». Omar è rimasto per venti giorni nascosto nella campagna per paura, non ce l’ha fatta più perché stava male, è sceso a Lampedusa, ha visto una chiesa ed è entrato. Là ha trovato accoglienza e adesso è mantenuto da una famiglia che si trova in difficoltà economiche. Questo credo che debba interrogarci, debba interrogare noi vescovi, debba interrogare voi, perché noi siamo Chiesa. Il Signore sta passando. Cosa vuole? Il passaggio dal deserto significò una vita nuova, una vita diversa. E per noi? A questo punto guardiamo la croce su cui è inchiodato il Cristo, dal cui costato è scaturita il mirabile sacramento di tutta la Chiesa: guardandola, non sarà sbagliato chiederci se la nostra è soltanto una crisi di carità o è anche una crisi di fede …
Diceva mons. Bello che i poveri, i prigionieri, gli oppressi, i ciechi forse ci accusano di latitanza e non hanno torto. Abbiamo bisogno di accorgerci del povero e mons. Bello ci consiglia anche di cercarlo e non di aspettarlo. Perché è la strada che ci porta a diventare Chiesa povera, povertà che rende capaci di essere fedeli al vangelo, quella povertà della Chiesa che la rende disponibile a forme nuove di esprimere la carità, a superare una spiritualità disincantata e asfittica. Quella povertà che fa vincere il perbenismo per compiere come normali scelte radicali per vivere la tensione profetica con intelligenza e creatività. Concludo con le parole di un missionario: «non si capisce come con tanti bravi cristiani il mondo vada così male. Gli affamati aumentano, l’ecosistema è in agonia, le future generazioni sono in pericolo, la storia ha toccato il punto limite. E il cristiano è ancora più responsabile. Noi preti non siamo ridotti a funzionari del culto? Oltretutto di questo tipo di culto astratto e artificiale che non ha nulla a vedere con il pane quotidiano, la sua produzione e distribuzione. In fondo noi cosa proponiamo alla gente? Aiutare il vicino, fare l’elemosina, le preghiere, qualche impegno sociale se ti pare». E continua a chiedersi questo missionario: «Questo non lo devono fare tutti quanti? La fede non c’è stata data per l’impossibile all’uomo? E dov’è l’impossibile che ci tocca fare? Il rischio di contraffare, mistificare, svuotare il fuoco, il sale, la spada è grande». Chiediamo al Signore di non diventare responsabili di questo.
Torniamo a chiudere i due quadri iniziali. L’augurio e la mia preghiera è che ciascuno senti dentro di sé vibrare l’amore di Dio come Paolo, che assicurò di avere accolto l’invito degli apostoli di ricordarsi dei poveri, e che, nonostante le difficoltà, i poveri diventano i nostri amici più che il terminal delle nostre buone azioni. E che la gioia del servizio risplenda sui nostri volti. Vi avevo detto che sarei stato un po’ duro, e per questo vi chiedo scusa.

Intervento di Mons. Calogero Peri
Vescovo di Caltagirone


Ben trovati a tutti! Spero, per quello che mi è possibile, di essere veloce nelle cose che tento di dirvi anche se su questo tema dell’educazione al cuore, alla relazione, c’è tutta una prospettiva credente e cristiana in maniera particolare. Il tema, lo sapete, è: “Al cuore dell’educazione e della nostra testimonianza nella storia c’è la relazione”. Io mi spingerò a dire di più perché, non soltanto “al cuore”, ma “il cuore” della educazione, della testimonianza, è la relazione. Ciò significa che il cuore non è una cosa diversa dalla relazione. Voglio fare inizialmente qualche premessa per poi introdurre un poco la riflessione. Quello che tenterò di fare non è una riflessione particolare su un aspetto dell’educazione, quanto piuttosto cercare di trovare il fondamento di ciò che educa, di ciò che è la relazione. Stiamo passando, direbbe il papa dai fenomeni al fondamento, dalle relazioni al plurale alla relazione fondamentale, ai pilastri portanti dell’esperienza credente cristiana e quindi anche della testimonianza della carità. Al fondo di questa prospettiva già c’è una scelta di fondo: la relazione, che poi dovremo tentare di dire cos’è, praticamente costituisce l’unico metro, l’unica misura su cui noi ci possiamo misurare per vedere se i nostri comportamenti e le nostre azioni e soprattutto il nostro essere cristiano oppure no.
Io so che per il momento la parola relazione sembrerebbe astratta ma, non vi preoccupate, cercherò di arrivare a fare delle precisazioni. Prima di tutto vorrei sottolineare che io sono convinto che, perché cambino le prassi, i comportamenti, è necessario che cambino i pensieri, il modo di leggere la nostra vita, la nostra realtà. Il cambiamento di mentalità, di mente, di visione, di prospettiva rappresenta un cambiamento di un paradigma, di un modo cioè di intendere tutta la società e dunque tutto l’uomo e anche tutto Dio. Ecco perché questo è importante. È importante, perché se noi mettiamo al  centro la relazione, noi avremo delle indicazioni, degli orientamenti, delle prospettive, degli atteggiamenti e poi di seguito dei comportamenti che devono cambiare, mutare. Io sono convinto che qui non si tratta di fare di più, specialmente per quanto riguarda la Caritas, ma si tratta di fare diversamente quello che facciamo. Questo è qualcosa di difficile, ma smontare l’impianto secondo cui noi ci relazioniamo agli altri è il vero nocciolo della questione. Con che impostazione io mi avvicino all’altro o con quale impostazione mentale permetto all’altro di avvicinarsi a me? Vedremo che, se io ho una determinata impostazione, allora è chiaro che alla fine farò sempre le stesse cose, le luciderò ma non le cambierò, non cambierò la struttura, l’impostazione. Noi tentiamo di entrare nel meccanismo del modo come intendiamo noi stessi, il mondo e l’uomo.
Entro l’ottica di un cambiamento di mentalità, base di un cambiamento dell’operare, farò due osservazioni: una di tipo teologico e dopo una di tipo antropologico. Una legata quindi a Dio e una all’uomo. Da questo cercherò di dire quale tipo di testimonianza ne deriva. Per il momento cercherò semplicemente di dire, in modo veloce perché ritengo sia un tema trattato e frequentato abbastanza, che per noi la relazione non è un’astrazione. Per noi la relazione è Dio, è la Trinità. Il fondamento teologico vede nel mistero della Trinità il fondamento di qualsiasi modo con cui noi possiamo parlare di relazione. Noi non possiamo parlare in altro modo di relazione senza evocare, richiamare, invocare il mistero trinitario. Capite benissimo cosa significa. Significa che le nostre relazioni o sono affermazione, conseguenza, del mistero trinitario oppure ne sono una clamorosa smentita, e allora faremo meglio a tacere e a non fare nulla. Cosa significa che, quando parliamo di relazione, noi scomodiamo la Trinità? Significa una cosa molto semplice: che all’origine la persona è e nasce al plurale, nasce come Trinità. La persona al singolare non esiste. Immaginate, non esiste neppure Dio come singolare, figuratevi l’uomo! Questo mi sembra per noi un valore aggiunto rispetto a tutte le altre osservazioni che possiamo fare sulla relazione. Che cosa dice in parole povere? Che l’uomo da solo non esiste. Non che sta male. Non esiste proprio, non c’è, non è concepibile. Perché da solo non esiste manco Dio. Ecco perché il problema di Dio non è un problema matematico. Se voi prendete il mistero della Trinità sotto un aspetto matematico vi confondete. A livello personale lo capite benissimo. Per amarsi bisogna essere diversi, non bisogna essere da soli. Se per amarsi bastasse essere da soli … mettiti davanti allo specchio e ti dici «ti amo», e capisci che valore umano può avere questo «ti amo» detto allo specchio. L’altro che ti sta davanti è identicamente come te: perfetto! Ma solo la differenza, la diversità, è la legge dell’amore della persona! Dunque al plurale esiste Dio. Noi proclamiamo la Trinità a partire da un “noi”. Da un punto di vista del pensiero, della riflessione mi ha sempre intrigato il fatto che il principio dell’unità e il principio della differenza in Dio sono uguali. Mi spiego in soldoni. Che cosa è lo spirito in Dio? Lo spirito in Dio è la natura di Dio, il Padre è spirito, è spirituale, non è una cosa materiale; il Figlio è spirituale e anche lo Spirito è spirito. Il che significa che tutti e tre hanno un principio che li unifica, ed è il fatto di essere spirituale. Dunque, principio dell’unità, il Padre è spirito perché non è una cosa, poi all’interno di questa unità lo Spirito è anche una persona che è diversa dal Padre ed è diversa dal Figlio. Capite perché la Trinità dimostra e fa pensare che ciò che unisce è anche ciò che rende diversi, distinti. Il principio dell’unità, lo Spirito come natura in Dio e lo spirito concepito come una delle tre persona all’interno della Ss. Trinità è la stessa cosa! Mentre a livello materiale se questo è identico a se stesso è diverso da questo e non sono mai uno, invece in Dio l’unità e la differenza coincidono.
Questo mi sembra importante, da un punto di vista teologico, che all’origine c’è la relazione. Voi sapete che quando la teologia ha tentato di dire cos’è Dio alla fine ha trovato una definizione molto semplice: Dio è relazione. Al singolare, è la relazione per eccellenza. Bellissimo! Noi siamo fatti a immagine e somiglianza di una relazione, non di una solitudine beata. La solitudine beata non conviene, infatti non c’è neppure per Dio. Quindi il nostro Dio in cui crediamo, quello specifico nostro, il Dio cristiano è un Dio che ci impone di declinare la persona non a partire dall’io ma dal noi. Con buona pace dell’italiano e delle declinazioni, ma questa non è una pura astrazione di tipo filosofico e di tipo cartesiano. Cartesio dice: «penso dunque sono» … ma se non ci fosse stato tuo padre, tua madre che ti hanno allattato, hanno avuto cura di te, non ci sarebbe nemmeno il tuo io: l’uomo è l’unico animale che da solo non riesce a sopravvivere. Voi sapete che la giraffa appena viene partorita cade a terra da almeno un metro e mezzo, si sveglia e comincia a camminare. Per l’uomo, dopo che nasce, devono passare sei, sette anni prima che incomincia. Capite benissimo dunque  quanto è astratto l’io da solo. La persona la decliniamo o dovremmo declinarla sempre a partire non dal nominativo, non dall’io, ma dal noi, dal plurale.
Leggendo la Scrittura, sia che noi consideriamo l’uomo a partire dall’alto come direttamente derivante da Dio o a partire dal basso come derivato dagli elementi della natura, il vero “fatto” è che l’uomo comincia a funzionare quando non lo consideri come singolare ma come plurale. Faccio un esempio: voi sapete che nella Scrittura trovate diversi racconti di creazione, non soltanto uno. C’è n’è uno che dice semplicemente: «E Dio disse facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza». Anche questo è intrigante, Dio al singolare utilizza il plurale («facciamo l’uomo …»). Se vogliamo non essere esegeti, ma persone che guardano la Scrittura anche per quello che dà a pensare oltre che per quello che dà credere, voi capite che siamo  stati fatti a immagine di un plurale, da un Dio che dice: «a nostra immagine, a nostra somiglianza». Primo accenno della Trinità. Accenno a qualcosa che ci implica a una riflessione ulteriore. E dice così:  «E Dio li creò. Maschio e femmina lo creò, o maschio e femmina li creò». Capite benissimo, perché potessero essere sua immagine e somiglianza, Dio li ha dovuti creare diversi. L’essere maschi e femmine è il termine umano, antropologico più grande per esprimere una relazione. C’è una relazione più grande di quella tra il maschile e il femminile? A livello umano no. Ebbene questo è ciò che a livello umano riflette ciò che è Dio. «A immagine di Dio lo creò», e per riflettere la sua immagine, Dio li ha dovuti crearli maschio e femmina perché fossero in questa relazione. Se io considero la creazione dell’uomo a partire dall’alto, a partire da Dio, capite benissimo come spunta il plurale o la differenza di genere ed infine la relazione. Se prendiamo l’altra versione della creazione dell’uomo, quella di Genesi 22,27, ovvero quella a partire dal basso, leggiamo che Dio prese un elemento dal basso, la terra, ci mise tutta la sua arte. Il termine preciso si traduce in «plasmò, modellò». E che cosa fece? Perché questo uomo funzionasse, quando era solitudine beata pensò che non è cosa bella l’uomo da solo. Il termine più che bello o buono si traduce in: «non è cosa compiuta, armonica, non è cosa che funziona l’uomo solo». E ha dovuto tirargli fuori una donna! Capite che anche lì, nella creazione dell’uomo vista dal basso, il plurale rappresenta l’intervento risolutivo del modo con cui l’uomo possa funzionare. Ho preso questi spunti, questi accenni perché sto tentando di dire che l’uomo al singolare è un’astrazione.  Sia dall’alto che dal basso è necessario che il punto di approdo perché l’uomo sia concepibile è sempre una relazione. Solo la relazione rende l’uomo un’opera compiuta.  Questo semplicemente per dire da dove veniamo, da che matrice siamo stati fatti. Cosa che non possiamo mai dimenticare. Per cui sono in gioco le nostre relazione e la nostra relazione. Laddove sono in gioco gli uomini è in gioco Dio. Non è una finzione, è una derivazione.
Vediamo adesso il problema del fondamento antropologico. Analizziamo l’uomo, cerchiamo di capirlo. Potremmo arrivare  a tentare di descrivere cosa è l’uomo  chiedendoci fondamentalmente una cosa che è discriminante all’inizio. Se l’uomo è un “dato” o un “dono”. Un “dato” è un elemento, un essere, dato nella realtà. Oppure un “dono” … Un dono implica chi dona, che cosa dona, chi riceve il dono: implica quindi una struttura relazionale. Tutto il problema dell’uomo è se tu lo intendi come un “dato” (ho incontrato un uomo, come se avessi incontrato un albero …) o come un “dono”. Siamo capaci di fare una distinzione tra un dato e una persona, tra i fiori bellissimi che nella tua vita incontri  e una persona? Dietro questo fiore c’è un agricoltore che ha deciso di lavorarli oppure no, ma dietro una persona c’è sempre un mondo di relazioni e un mondo in relazione. Posso non sapere chi sia, posso non avere nessun altra identità, ma se è una persona si sta presentando un mondo di relazioni. Questo mi sembra evidente.
Se noi partiamo dal considerare l’uomo come sinora detto, capite perché vi dicevo all’inizio che si tratta di impostazioni mentali, di visione dell’uomo. E dunque, siccome la nostra visione dell’uomo non può che essere ricalcata, non può che essere derivata dalla prospettiva divina dentro la quale ci muoviamo o che ha messo in moto tutta la nostra esistenza, è chiaro che le due cose non sono accostabili ma si integrano a vicenda. Se noi partiamo dal “dato” avremo un modo di comportamento che è sempre di considerare l’altro come gli elementi della natura,  ma l’uomo è un’ eccezione che incontri nella natura, è l’unica grande eccezione tra gli elementi della natura e non può mai essere considerato un dato. Se tu parti da questo la relazione con le cose, con il dato, tutto dipende da te: «io mi voglio relazionare con quest’acqua, la prendo, la lascio perché è un dato della mia esperienza». Se invece si tratta una persona, questo non dipende più da te. Perché dentro la persona c’è già l’appello, è codificato come ti devi relazionare con lui. Tu puoi riconoscerlo o non riconoscerlo, però se lo riconosci come persona sei chiamato, non puoi che essere chiamato a determinarti, a rapportarti, a relazionarti con lui in un determinato modo. Per questo dico che se tu consideri l’altro come un dono, il che significa che anche tu sei un dono, allora cambia la sinfonia. Come? Se voi cambiate la chiave nella musica cambia tutta la musica: se in chiave di sol le note hanno un significato, un nome, se in chiave di fa ne hanno un altro. Allora cambiamo chiave alla musica...
Chiediamoci: perché possiamo, dobbiamo sempre parlare dell’uomo come un dono? È una scelta che possiamo fare? Posso io a un certo punto dire «tratto l’uomo come un dato» oppure «tratto l’uomo come un dono e altri come un rompi …»? Non è possibile ciò, non sta alla nostra scelta. Cosa ci impone di parlare dell’uomo come di un dono? Una sola cosa: la dottrina della creazione. Noi abbiamo un creatore. Ce lo impone il concetto di creazione: da “dove” tutto per noi viene e da “dove” anche noi veniamo. Noi veniamo da un atto libero di un Dio, che ci ha fatto esistere e ha fatto esistere le cose e ha creato prima di creare una relazione. Poi in filosofia diciamo che la relazione che lega noi a Dio è una relazione necessaria perché, senza di lui, noi non esistiamo. Proprio nella lettura di ieri l’apostolo Paolo ci ricordava che «in Lui noi ci muoviamo, esistiamo e siamo». Dio rappresenta l’orizzonte del nostro essere. Perché il concetto di creazione impone di guardare a tutto come un dono? Perché il dono è un fatto gratuito. Chi di noi potrebbe avanzare diritti sulla sua vita, sulla sua esistenza? Nessuno. Non è che a te sia stato chiesto «tu vuoi esistere?». Non è che aspettava la tua risposta, e poi tu hai detto «sì o no, aspetta … vediamo …». La creazione è gratuita, è spontanea, è una sorpresa per me, per i miei genitori … anche  loro hanno aspettato questo figlio. Io dico sempre che i miei genitori potevano programmare di avere un figlio, ma non questo figlio. Questo rappresenta pure per loro un dono, una sorpresa. Ecco che allora il concetto, la dottrina della creazione ce lo impone. Questo significa che tutta l’esperienza umana è sotto il segno della gratuità, del dono e dunque della relazione. Non c’è creazione senza relazione, non c’è gratuità, non c’è dono senza relazione. La gratuità, il dono, la creazione sono tutte forme, declinazioni, variazioni sul tema della relazione. Dio ha deciso di relazionarsi liberamente, non ne aveva bisogno, ma per amore ha fatto questo. Ecco il dono, ecco ciò che è gratuito. La vita, l’essere, tutto quello che siamo e che abbiamo soprattutto lo riceviamo. «Che cos’hai, dice Paolo, che non hai ricevuto?». Che cosa sei che non hai ricevuto? Sotto il segno dell’essere e sotto quello dell’avere, tutto è anzitutto sotto il segno della gratuità, della relazione.
Questo della gratuità, del dono, della relazione insperata, insperabile, gratuita, assoluta, incondizionata e in condizionabile da parte di Dio è un ritornello che non dovremmo mai dimenticare, e Dio stesso a volte si incarica di ripetercelo. Mi ha sempre impressionato e fatto riflettere il fatto che Dio questo ce lo ripete. Sapete quando? Quando noi non ce ne accorgiamo. Il dono c’entra proprio quando tu pensi che c’entrano altri tipi di relazione. A cosa mi riferisco? Mi riferisco all’episodio della samaritana. Dico prima cosa Gesù le dice, poi faccio un passo indietro per rileggerlo in mezzo alle pieghe di quell’episodio. A un certo punto Gesù, per chiarire come stanno le cose, dice alla samaritana: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti chiede da bere, se tu capissi questo, faresti cosa? Faresti il contrario, ovvero riceveresti da lui, che in questo momento si presenta come colui che chiede, perché capiresti che colui che chiede è sempre colui che dona». Vogliamo, a partire da questa frase, rileggere quell’episodio? Di quell’episodio noi sappiamo alcune cose, le sappiamo dal Vangelo: sappiamo che quello che chiede è il Signore, colui che non ha bisogno, colui che è sempre datore di ogni cosa. Eppure per dare chiede … È il trucco di Dio o, se volete, la pedagogia di Dio. Dio per donarsi e per darsi e per dare si presenta come il pezzente, come colui che ha bisogno. Non è che per caso Dio continua sempre ad utilizzare questa logica: che, in colui che chiede, si presenta a noi colui che dona? Voi siete sempre a contatto con coloro che chiedono. Questa logica del chiedere, che non è solo una richiesta ma è anche un dare, Gesù la mostra nel modo di rapportarsi con la Samaritana.  Lui, il Signore, potrebbe dire: «io sono Dio e tu sei peccatrice, io ti posso dare le sorgenti d’acqua viva e tu hai semplicemente un secchiello, io sono colui che sono e tu non sei niente, io sono giudeo e tu sei samaritana, io sono uomo e tu sei donna». Tanti motivi, allora come oggi, per dire ciò, e invece lui si presenta come colui che chiede. La logica è che, dove uno chiede, in fondo dona. La donazione è presente laddove c’è una domanda. Questa è una lettura divina della realtà, non la faccio io, ma il Vangelo, è una lettura evangelica della realtà. Il Vangelo mi impone di vedere in colui che chiede uno che dona. Capite questo fondamento antropologico “altro”, diverso? Stiamo ribaltando le cose, le cose non stanno come le sentiamo, come le avvertiamo e spesse volte neppure come le trattiamo normalmente, perché stanno molto diversamente … nel momento in cui ne vogliamo rintracciare l’origine, la fonte, il fondamento in Dio.
A partire da queste semplici osservazioni, da queste semplici premesse, quale testimonianza? Per capire quale testimonianza noi vogliamo offrire alla storia, vogliamo dare agli altri, io rileggerei le osservazioni che ho fatto sia a livello teologico che antropologico quali premesse per mostrare fondamentalmente questo: al fondo di tutte le relazioni umane, di qualsiasi tipo, c’è sempre in gioco un’unica relazione, quella creaturale. Mi spiego meglio: noi viviamo mille relazioni e queste mille relazioni hanno mille volti diversi. Una volta con questo, una volta con quello; una volta alla pari, una volta su piani diversi; a volte simmetriche, altre volte asimmetriche; a volte del dare, altre del ricevere. Però attenzione, se ogni relazione per il suo essere particolare è diversa, per il suo fondamento è sempre uguale. Ti ripropone sempre la relazione originaria ed originale, quella creaturale di Dio che dona e che l’uomo, gli uomini, tutti riceviamo sempre. Ogni qual volta nella relazione io riconosco in qualche modo la presenza di Dio, questa è una relazione creaturale. Significa che è una relazione in cui ricevo sempre, anche se dono. Ogni relazione creaturale ripropone sempre quella tra Dio e l’uomo. Lui sta su un piano trascendente, su un piano altro,  noi siamo sempre sul piano nostro. Lui sta sul piano nobile e noi stiamo sempre sul pianterreno. Poco fa si ricordava Lévinas, questo pensatore che a partire dalla sua esperienza religiosa ebraica diceva sempre questo: l’altro è sempre, anche se si presenta sotto un volto nudo, fragile, debole, pezzente (lui richiamava tutte le categorie bibliche, quindi l’orfano, la vedova, il forestiero che erano per antonomasia le categorie della debolezza, della fragilità), lui è sempre Signore della tua vita, è sempre il Signore che passa nella tua vita. È una lettura diversa dell’esperienza umana.
Ne consegue, da quello che abbiamo detto, che prima di cercare o di curare le altre relazioni dobbiamo mettere a fuoco questa relazione di fondo. Ogni qual volta io mi rapporto con una persona devo dire a me stesso (non all’altro): davanti a me c’è il Signore. Io, qui, prima di dare sto ricevendo, prima di riconoscermi devo riconoscere l’altro, altrimenti la mia identità viene meno. Perché ciascuno di noi viene sempre da un tu, viene sempre dall’altro. Questa è una logica, è una legge naturale. Se io ci sono, è perché prima di me ci sono dei tu che mi hanno generato in tutti i sensi, non semplicemente attraverso una generazione biologica ma anche una generazione di vita, di sentimenti, di sensazioni, di emozioni. Siamo quindi il risultato di una trama, di una rete di relazioni. L’altro che mi sta davanti è sempre con la “A” maiuscola. Io lo posso vedere minuscolo, io lo posso vedere nel bisogno, e lui si può sentire nel bisogno. Ma l’altro in quanto altro da me è sempre con la “A” maiuscola. Mi propone, mi ripropone, mi presenta, mi rappresenta sempre Dio. Questo, attenzione, non per una finzione, faccio finta che … no! È la logica, è la struttura e le cose che abbiamo detto che ce lo confermano. Per questo l’altro prima di chiedere qualcosa, dona! Prima di ricevere qualcosa, offre! Prima di essere bisognoso, è ricco! E prima di soccorrerlo, di aiutarlo, di prendermene cura mi sostiene e si prende cura di me. Io ritengo che tutta la struttura nostra della Caritas si basa su questo riconoscimento. Fuori da questo riconoscimento diventiamo una pia associazione di mutuo soccorso, di aiuto, come ce ne sono tante. Ma non sarà la Caritas cristiana. Sarà un’altra cosa. Per essere Caritas cristiana deve ribaltare i termini, deve mettere l’altro sul piedistallo e tu davanti a lui a lavargli i piedi. «Se io, il Maestro, il Signore ho fatto così, voi cosa volete fare?». Se noi invece vogliamo fare diversamente, allora sappiamo che facciamo diversamente e siamo anche diversamente da quello che dobbiamo essere. In questo senso l’altro è sempre “maestro” e “signore”, e più ancora è “Il Maestro” e “Il Signore”. In questo senso c’è sempre più una dimensione di ammaestramento che mi viene offerta e c’è sempre un tipo di ammaestramento e di signoria divina che mi viene dall’Altro. È una modalità in cui si manifesta l’unico Maestro, è un volto dell’unico Signore. Perché, non è che io incontrerò Il Maestro e Il Signore; io incontrerò chi vuole lui che lo rappresenti e mi riproponga la sua lezione, il suo magistero.
Capite allora perché noi diciamo: «alla sera della nostra vita saremo giudicati secondo questa regola (la regola dell’amore, della relazione, del riconoscimento)». Ora dovrebbe acquistare un altro significato. Siamo invitati ad operare questo riconoscimento nel tempo in cui invece noi viviamo il fraintendimento. Dov’è Dio? Quante volte ce lo chiediamo. Ecco il fraintendimento. E invece dev’essere il tempo del riconoscimento. Dio non parla di riconoscere lui ma di riconoscerlo: significa che c’è sempre il sottile rischio o la paura di poterlo prendere per un altro, di poterlo fraintendere, equivocare. Nella relazione con l’altro mi prendo cura dell’altro perché riconosco che l’altro si prende cura di me. Se io voglio permettere a Dio di prendersi cura di me non c’è altro modo, Lui non ha bisogno che io mi prenda cura di lui come Altro, perché per prendermi cura di Dio devo prendermi cura dell’altro uomo. Nella relazione io mi prendo cura dell’altro. Voglio qui  fare una differenza sottilissima ma importantissima. Nella relazione noi non procuriamo cose agli altri (gli do il pacco di pasta, le coperte …). Nella relazione ci prendiamo cura dell’altro, che è una cosa diversissima! Puoi non dargli niente, ma tu sai se ti stai prendendo cura o sei gli stai procurando qualcosa. A volte gli procura qualcosa per non prenderti cura di lui. Prendersi cura vuol dire assumerselo. Vuol dire metterselo nello stato di famiglia. Uno di cui non ti puoi liberare, anzi non ti vuoi liberare. Per dargli qualcosa che possa alimentare la sua vita e la sua speranza devo offrirgli la mia relazione, cioè mi devo prendere cura. È la relazione che dà qualcosa agli altri. Laddove io non creo la relazione e gli do qualcosa, non gli sto dando nulla! Non passa nulla, passano cose consumistiche non l’alimento per la nostra vita, per i nostri pensieri, per il nostro cuore. Quando gli voglio dare vita e speranza gli devo offrire la mia relazione. A quel punto puoi non avere nulla, ma gli offrirai quella relazione che è tutto per lui.
Alle tre del pomeriggio, un po’ come me, come noi in questo momento, alla Porta Bella del tempio (perché c’è una Porta Bella che introduce all’incontro con Dio e che ti permette di incontrare Dio attraverso di essa?) salgono Pietro e Giovanni per la preghiera, per l’incontro con Dio. Uno storpio, un bisognoso chiede aiuto … Che cosa gli offrono Pietro e Giovanni? Il bisognoso, che si era dovuto ridimensionare nella sua verità, gli chiedeva qualche cosa. Pietro e Giovanni gli dicono: «guarda verso di noi!». Probabilmente perché quell’uomo, dal tipo di relazioni che viveva continuamente non aveva più un’identità, non aveva più un volto, non aveva più occhi. Era diventato una mano. Lo immagino sempre con il capo chino e la mano sporta. Pietro e Giovanni gli dicono guarda verso di noi. Il guardare verso di loro significa: relazioniamoci! Io dico sempre a me stesso: qual è l’ultimo lavavetri che hai guardato? Gli ultimi occhi che ti ricordi quali sono? All’incontro con Dio – perché Pietro e Giovanni stavano andando ad incontrare Dio - si passa sempre attraverso l’incontro con l’uomo deformato, bisognoso, necessario. Soltanto nella relazione quella diventa la Porta Bella per entrare nell’esperienza di Dio, ma anche per entrare nell’esperienza dell’uomo.
Ho cercato semplicemente e velocemente di dirvi alcune cose. Capite perché la relazione non sta nel cuore, ma la relazione è il cuore dell’educazione? Quando noi ci poniamo come compito quello di educare, quello di prendersi cura dell’altro (perché questo in fondo significa educare), non possiamo che mettere a fondo la relazione perché è sempre la comunione, dunque l’intesa che crea la comunicazione. Io non posso comunicare nulla all’altro se prima non ho creato un rapporto con lui. Ecco perché il compito, la sfida della Caritas è di aggiungerla comunione, la relazione, laddove c’è semplicemente uno scambio. Se abbiamo capito questo, se tentiamo di capire questo abbiamo per davvero un campo enorme che nessuno ci può togliere ma soprattutto nessuno ci vuole togliere. Io ve lo auguro e quindi buona riflessione.


Primo laboratorio: le Caritas parrocchiali
Coordinatore: don Tanino Tripodo


Sono rappresentate le Diocesi di Acireale, Caltagirone, Caltanissetta, Catania, Cefalù, Mazara, Messina, Nicosia, Noto, Palermo, Patti, Piana degli Albanesi, Piazza Armerina, Ragusa, Siracusa e Trapani. In un clima fraterno e di dialogo abbiamo condiviso le nostre esperienze di caritas all’interno delle diocesi e delle parrocchie, e alla luce di quanto detto abbiamo stilato i seguenti orientamenti pastorali:
1.    Riscoprire la centralità della Parola nella vita della Chiesa da cui nasce l’attenzione verso l’uomo soprattutto se bisognoso.
2.    Impegnarsi costantemente nell’educazione alla carità rivolgendosi alle famiglie, ai bambini, ai giovani, agli adulti, sensibilizzando i gruppi e i movimenti presenti nelle comunità parrocchiali.
3.    Dare dignità e attenzione alla persona.
4.    Risvegliare in ogni Caritas la voglia di mettersi in gioco nell’azione di ascolto e di  accompagnamento fraterno creando spazi per l’accoglienza dei poveri, e lì dove le strutture lo consentono creare uno o due posti letto per una prima emergenza.

Tale proposta non guarda alla realizzazione di un dormitorio vero e proprio, ma vuole essere un opera segno. E’ necessario sporcarsi le mani, smuovere le coscienze attraverso la comunicazione sociale, dare testimonianza con la continuità di progetti che mirano ad alleviare le ferite del povero ed a poter dare speranza.
1.    Coinvolgere i parroci.
2.    Dare attenzione al territorio visitando le famiglie, al fine di favorire la conoscenza, e poter dare risposte adeguate ai bisogni ed alle problematiche rilevate.
3.    Creare percorsi di formazione spirituale per stimolare la bellezza del donarsi agli altri.
4.    Interagire con i consigli pastorali dove si incontrano le varie figure della comunità per un maggiore scambio di idee e di proposizioni e far sì che le azioni non siano compiute a livello personale ma risultino azioni della Chiesa che celebra Gesù Risorto anche al di fuori della celebrazione eucaristica.
5.    Inserire nel piano di studi dei seminaristi la teologia della carità.
6.    Progettare in modo unitario la pastorale i in particolare raccordare i tre ambiti fondamentali: catechesi, liturgia e carità.
7.    Coinvolgere i diaconi nelle Caritas parrocchiali, vicariali e cittadine.
8.    Responsabilizzare la comunità nella presa in carico ed accompagnamento del povero.
9.    Aumentare il numero degli incontri regionali sia a livello globale che settoriale.


Terzo laboratorio: l’animazione del territorio
Coordinatore: Maurilio Assenza


Si riportano gli interventi in maniera circolare, per come sono avvenuti, essendo anche questo qualcosa di prezioso: che ognuno prima di parlare ci pensi, che ognuno possa essere ascoltato senza immediata reazione o interpretazione, che insieme si possa capire. Queste le risonanze al tema articolato in queste domande: “cosa avvertiamo di problematico o di importante nel rapporto con il territorio? Com’è possibile animare il territorio perché in esso si avverta la cura di Dio, la presenza del Risorto che accompagna anche nella crisi? Cosa è più urgente e come operare?”. Così circolarmente le reazioni:
-    Importante la parrocchia, consapevoli che quello che resta alla gente è come ci siamo relazionati; la presenza della Caritas va per questo “qualificata” partendo dalla relazione.
-    La Chiesa è lontana soprattutto dai giovani, e si è troppo “accomodata” rispetto ai potenti. Dovremmo essere come Gesù più “scomodi”, dovremmo lavorare “mirando in alto”.
-    La Chiesa dovrebbe privilegiare l’agire educativo, ma pensato, intenzionale, non estemporaneo, con una pedagogia inclusiva che aiuti nella città la formazione delle coscienze e metta insieme.
-    Non proporre corsi di formazione a partire da noi ma dal territorio.
-    Manca l’ottimizzazione delle risorse.
-    Dovremmo essere più percettivi, capire meglio cosa chiedono i territori.
-    Dovremmo essere presenza capace di esporsi…
-    Non si può essere maestri se non si è discepoli: occorre andare partendo veramente dal Vangelo.
-    Guardare al territorio come luogo teologico, costruire percorsi che coinvolgano l’intera comunità.
-    Occorre puntare sul cambiamento degli stili di vita, vigilare sull’omologazione.
-    Troppe difficoltà nelle parrocchie, troppe ostilità nei parroci…
-    Quando sembra che si è detto tutto, forse è bene ricordarsi di ripartire dalla fonti.
Nell’insieme sembra messa a fuoco una tensione Vangelo e territorio che passi per uno spirito di finezza, per una capacità di elaborare e fare proposte coraggiose.


Quarto laboratorio: le Caritas parrocchiali
Coordinatore: Vincenzo La Monica


Il gruppo di lavoro sul tema dell’immigrazione ha avviato una approfondita carrellata sui temi della mobilità umana che caratterizzano ciascuna diocesi. Si è avuta conferma che le migrazioni sono un argomento vasto e complesso. Ciascuno dei partecipanti al gruppo di lavoro ha potuto, infatti, focalizzare l’attenzione dei colleghi ora sul tema dei Rom, ora su quello delle seconde generazioni, passando per i rifugiati politici, le badanti, gli stranieri vittime della crisi economica.

Di fronte alla pluralità di interrogativi abbiamo deciso di accogliere l’implicita proposta di riflessione che ci è venuta dalla lettura di una riflessione di Valerio Landri, direttore della Caritas di Agrigento, a proposito dell’emergenza sbarchi sulle coste della Sicilia. Dopo la lettura del suo intervento, che si allega, ci siamo dato il compito di rispondere a tre domande:
1.    Nel dilemma del fare o del far fare, dell’operare o dell’educare, a quale punto sono le nostre Caritas?
2.    Come trasformare l’emergenza in occasione di crescita per le nostre comunità?
3.    Cosa intende dirci Dio con i volti e le voci di chi viene da lontano?

Queste, in riassunto, le risposte:
1.    Occorre richiamare l’aspetto pastorale delle Caritas e coinvolgere sempre più le comunità parrocchiali che hanno una potenzialità d’aiuto enorme. Il punto in cui ci troviamo sembra essere ancora quello sospeso tra la delega e il coinvolgimento, mancando il senso di responsabilità più ampio che dovrebbe caratterizzare Caritas parrocchiali adulte ed in cammino. Si suggerisce anche di insistere sulla valorizzazione del volontariato come impegno privilegiato per gli altri.
2.    Ferma restando l’esigenza di uscire dalla paralisi dell’emergenza, si deve cercare il coinvolgimento e la corretta informazione che non utilizzi solo documenti e dichiarazioni paludate, ma cerchi l’utilizzo dei nuovi mezzi di comunicazione, presidiando i nuovi canali comunicativi. Fondamentale risulta il creare occasioni di incontro e di conoscenza. Lo slogan che è emerso dal giro di opinione è stato: dalla Comunione Eucaristica alla Comunione Unione.
3.    Quel che Dio intende dirci è che siamo tutti suoi figli e tutti uguali nella diversità. Le migrazioni sono segni dei tempi e la storia della salvezza è ancora in atto. Gli stranieri sono nel cuore di dio oggi, come lo erano ai tempi dell’Antico Testamento. L’ultima suggestione riguarda anche il fatto che tanti nostri fratelli vivono in situazione peggiore della nostra, senza averne colpa.

Da queste considerazioni si sottolinea come il tema delle migrazioni sia trasversale agli altri ambiti trattati nei gruppi di lavoro: dalle Caritas parrocchiali, all’animazione comunitaria, passando per la mondialità.

 


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